ASIA/AFGHANISTAN - Un Barnabita: “L’unica sfida per il popolo afgano è la pace”

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Posted on: 12/30/17
Roma - “L’unica sfida per l’Afghanistan è la pace. Noi cattolici dobbiamo sentirci pronti a rispondere a questa chiamata. Negli anni passati, la priorità della comunità internazionale è stata quella di limitare il più possibile la presenza dei talebani, ma il cammino verso la democrazia deve basarsi anche su altri aspetti: per esempio sullo sviluppo di politiche per l’istruzione, la sanità e il lavoro”. Così padre Giuseppe Moretti, Barnabita missionario nella Repubblica Islamica afghana dal 1990 al 2015, sintetizza per l’Agenzia Fides le prospettive future di un paese che, come ricorda lo stesso religioso, “nel 2019 celebrerà 40 anni di guerra”.
“In Afghanistan ci sono uomini e donne in età adulta completamente incapaci di immaginare una vita al di fuori di un contesto bellico’”, racconta padre Moretti che, proprio nel tentativo di modificare questa realtà, nel 2005 ha fondato la “Tangi Kalai School of Peace”, alla periferia di Kabul, raccogliendo aiuti economici provenienti dall’Italia, dalla Santa Sede e dai militari italiani, canadesi e statunitensi in Afghanistan.
Racconta padre Moretti: “Per anni sono stato preside in un istituto di Firenze. Questa esperienza mi ha portato a capire che la formazione dell’essere umano si basa su due solide fondamenta: la famiglia e la scuola. Così ho pensato che, in un paese in guerra da quattro decenni, ci fosse bisogno di educare i ragazzi afghani a una visione dell’essere umano diversa da quella a cui la guerra li ha abituati. L’obiettivo della scuola è quello di insegnare loro che non c’è pace senza accoglienza e che saremo in guerra fino a quando continueremo a vedere nell’essere umano un nemico solo perché diverso”.
La “Tangi Kalai School of Peace” è un istituto statale, con programmi e insegnanti scelti dal governo afghano, ma che continua a vivere con aiuti di privati. “Quando ho lasciato l’Afghanistan, ho chiesto al responsabile della scuola di impegnarsi a camminare con le proprie gambe, per continuare a crescere ancora. L’istituto resta comunque una splendida realtà che accoglie circa 3000 ragazzi della periferia di Kabul e che desta sempre molto entusiasmo in chiunque la visiti”. Un entusiasmo che, spiega padre Giuseppe, ha portato diversi contingenti militari a donare materiali di cancelleria o a creare laboratori scientifici e informatici all’avanguardia.
In Afghanistan, dove l’Islam è riconosciuto come religione di Stato e la conversione ad altre fedi è inquadrabile con il reato di apostasia, le azioni di aiuto verso le popolazioni più bisognose rappresentano l’unica forma possibile di missione: non è permesso. La presenza cattolica fu ammessa a inizio Novecento come semplice assistenza spirituale all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul ed elevata a Missio sui iuris nel 2002 da Giovanni Paolo II. Oggi la missione continua ad aver base nella struttura diplomatica ed è affidata al barnabita padre Giuseppe Scalese. Nella capitale afghana sono presenti anche le suore Madre Teresa di Calcutta e l’Associazione intercongregazionale Pro Bambini di Kabul. Fino al 2016 erano attive anche le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld, arrivate in territorio afghano negli anni Cinquanta.

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